20 marzo 2003, 16:55 | diario (doc 122, ver 3) di sullof

Pesca al pesce spada di notte
Una vera avventura

Lascio casa di Carla e Mauroverso le cinque di pomeriggio del 6 settembre 2002.

È sabato e il tempo è buono. Rita e Giulio mi raggiungono in una piazzetta davanti all'enorme Ripamonti Hotel. Siamo pronti per lasciare Milano e andare a Bonassola, nella casa al mare dei suoi genitori.

In autostrada, attraversiamo le Alpi Giulie. Grigi nuvoloni annunciano temporali in arrivo ma non ci spaventano. Questa notte si va a pescare col palamito al largo. Si va a pescare il pesce spada.

Figura/2 Figura/3 Figura/4 Figura/5
Le case dipinte di Levanto.

Giunti a Levanto: prima tappa l'internet center dei genitori di Giulio. Il padre, che non conoscevo, è un signore magro e schivo, molto diverso dalla madre, ospitale ed estroversa.

Figura/1
Rita e Giulio sul molto: attendiamo Lorenzo.

La barca di Lorenzo, il cugino di Giulio, è un sette metri molto bello ma che così a vista non mi sembra molto sicuro. Sarà il pescaggio basso ma, insomma, non penso che reggerebbe bene ad un eventuale ingrossamento del mare. Mah... È che non ci capisco nulla e sto sempre a pensare troppo sulle cose.

Figura/6
La barca di Lorenzo.

Lorenzo non sembra convinto che andare in mare stanotte sia una buona idea visto il tempo che non promette nulla di buono. Ma se decidiamo di andare lui non si tirerà indietro. Andiamo a mangiare qualcosa in piazza.
Dopo una birra e qualche taglio di buona pizza Giulio convince tutti. Il pesce spada ci attende.

Alle nove e mezza circa, ci imbarchiamo sul sette metri di Lorenzo. Abbiamo con noi tutto l'occorrente: il palamito, i palloncini da usare come galleggianti, una decina di chili di sarde, il vino, la pizza...

In barca Lorenzo sta al timone, io controllo il GPS per indicare la direzione. Abbiamo da percorrere quattro miglia per raggiungere la secca di Bonassola.
Ci arriviamo che ogni tanto si vede lampeggiare verso costa. Niente di preoccupante. Il cielo su di noi è stellato, non una nuvola a macchiarne il blu intenso.

Figura/7 Figura/8
La mia EZ200 non ha il flash...

A destinazione, ci si prepara a calare il palamito. Lorenzo starà alla guida, Giulio svolgerà la lenza, Rita gonfierà i palloncini e li fisserà ogni tre ami, io metterò le sarde sugli ami, due per ognuno, infilate per gli occhi.
Sin da subito capisco che non sarà un compito facile per me. L'odore fortissimo delle sarde, la posizione ripiegata e l'ondeggiare della barca compongono un mix difficile da reggere. Dopo una ventina di minuti mi sento male. Devo vomitare.
Giulio prende il mio posto per qualche minuto. Quando mi sento meglio, riprendo a tuffare le mani nella bagnarola piena di sarde puzzolenti. A distanza si vedono altre barche passare e altri lampi. Ma il cielo resta sereno e noi tranquilli.

Altri cinquanta ami e lo stomaco mi si rivolta contro nuovamente. Stavolta non riuscirò a riprendere l'attività.

Intorno all'una di notte, abbiamo finito di calare il palamito. Spegniamo il motore. Loro tre mangiano pizza, bevendo vino e birra, io no. Intorno alle due Giulio entra in cabina, si poggia sul lettino e si addormenta senza rendersene conto in pochi secondi. Rita lo segue quasi subito. Non ci sono altri posti per cui io e Lorenzo restiamo all'aperto. Indosso qualcosa come tre magliette, due felpe e un giubbotto pesante. Un'ulteriore maglietta la uso a guisa di passamontagna. Steso in coperta quardo le nuvole scorrere leggere in cielo e qualche lampo, più frequente e stavolta accompagnato da un tuono discreto, sottovoce. Comincio ad avere qualche preoccupazione ma riesco perfino ad addormentarmi.

Giulio ci sveglia, verso le quattro.
– Qui piove, cazzo – dice.
– Come? – dico io, – non è possibile. Era tutto sereno...

Ma piove. Per la miseria. E siamo a cinque miglia dalla costa.
Il mare si gonfia e il vento si fa sentire facendoci dondolare come una barchetta di carta nella vasca da bagno.
Tranne Lorenzo, andiamo tutti in cabina. Fuori l'acqua cade a scrosci e lampi e fulmini ci circondano nel fragore delle scariche elettriche.
Una piccola barca e quattro persone, in mezzo al mare o giù di lì.
Passa una mezz'ora senza che la burrasca accenni a diminuire. Cosa dobbiamo fare?
Decidiamo di ritirare a bordo il palamito.
I ruoli stavolta sono diversi: Giulio tira la lenza in barca, Lorenzo la riavvolge (qui ci vuole esperienza), Rita toglie i palloncini, io illumino i punti chiave con la torcia.

È strano come in certi minuti la mente si affolli di pensieri radicali. I miei in quel momento suonavano più o meno così:
"Eccomi qua, in mezzo al mare in burrasca, torcia in mano, in attesa di morire fulminato. Bella fine. Da news della sera."
Avevo letto solo qualche giorno prima di come bisognasse evitare fonti elettriche in presenza di temporali e la mia torcia mi sembrava una vera calamita per saette.
Suppongo che anche gli altri, fradici e provati, avessero pensieri non proprio allegri. Ma nessuna parola negativa, ognuno concentrato sul lavoro da svolgere. In silenzio.

Figura/9
Giulio. Poco prima dell'alba.

Continua a piovere per circa un'ora. Poi, lentamente, il rombo dei tuoni si attenua e le luci fanno pause più lunghe.

Figura/17 Figura/18

La bagnarola che raccoglie la lenza comincia a popolarsi di ami luccicanti. Verso le sei, notiamo che il palloncino più vicino è quasi del tutto sotto il livello dell'acqua. Forse abbiamo preso qualcosa. Ma bisogna attendere per dirlo. Già altre volte siamo rimasti delusi da falsi segnali.

Figura/10 Figura/11

Be', stavolta il pesce c'è. Lo tiriamo a bordo eccitati, ma non è quello che speravamo.
All'amo c'è solo una manta.
– Immangiabile, – dice Lorenzo. – Dovremo ributtarla in mare.
La manta si è incastrata con gli ami e l'operazione non è delle più facili, col rischio di ferirsi con il pungiglione velenoso sulla coda. Bisogna bloccarla ad evitare che si agiti continuamente. Non è facile. Giulio, prova e riprova, ci riesce. Si è graffiato, ma niente di grave.

Figura/12 Figura/13 Figura/14 Figura/15

Il cielo comincia a schiarirsi e la terra a vedersi di nuovo. L'alba al largo delle Cinque Terre è uno spettacolo per il quale sarebbe valsa comunque la pena di affrontare la burrasca.

Figura/16
Prendiamola con ironia...

Più tardi prendiamo una seconda manta. Che dire? Non è la nostra giornata. Ma mano che raccogliamo gli ami e ributtiamo in mare le sarde ancora intatte i gabbiani ci volano intorno. Tre ore e mezza per tirare in barca tutto il palamito e nessun pesce da portare a casa.

Sono quasi le nove.
Abbiamo finito di raccogliere la lenza.

Figura/19
Il palamito.

Lorenzo prova a rimettere in moto la barca. Ma questa non ne vuole sapere.
Imprecando, Lorenzo scoperchia il vano motore e cerca di fare il contatto direttamente mentre uno di noi manovra le manopole dell'accensione.
Niente da fare. Chiamiamo un amico di Lorenzo il quale ci spiega che forse si è bloccato il pignone, che basta fare così e così e dovrebbe ripartire.
Lorenzo prova ma niente da fare.

Si avvicina un peschereccio. Hanno capito che abbiamo qualche difficoltà. Uno di loro passa sulla nostra barca e viene a dare uno sguardo.
– È il pignone, – dice. – È un rischio sempre presente. Quando si va a pescare la largo non bisognerebbe mai spegnere il motore.
Be', qui non si va da nessuna parte e loro non possono trainarci, hanno le loro reti a cui badare.

Figura/20

Sono veramente distrutto e vado a poggiarmi in cabina sul lettino. Giulio e Lorenzo discutono se sia meglio chiamare un servizio di traino da Bonassola o allertare la Guardia Costiera. Alla fine sento Lorenzo chiamare la Guardia Costiera. Arriveranno da La Spezia. Ad occhio ci metteranno un'ora.

Quando mi sveglio, c'è la Guardia Costiera.
Ci danno istruzioni su come legare la corda che ci hanno lanciato. Lorenzo la fissa meglio che può dicendo loro di non tirare troppo che non è detto che resista.

Figura/21
La guardia costiera.

Con grande sorpresa i tre non ci sembrano troppo esperti, in particolare il pilota che dà continuamente strappi facendoci andare a scatti. Lorenzo gli urla dietro di fermarsi che se continuano così si rompe il pezzo a cui ha legato la corda. Riprovano ma andiamo a singhiozzi.
Dopo una decina di minuti cambiano corda fissandola diversamente. Andiamo meglio. Ancora a scatti ma perlomeno si va.

Raggiunta la distanza minima di sicurezza, a un paio di miglia dalla costa, ci fanno capire che sta venendo a prenderci qualcuno con un gommone. Loro non possono andare oltre. Lorenzo resterà sulla barca in attesa di qualcuno che venga a trainarlo fino a Levanto. Diciamo che preferiremmo aspettare con Lorenzo che arrivi il traino. Ma loro ci consigliano di andare sul gommone perché potrebbe volerci molto tempo.

I due ragazzi del gommone vanno come schegge, facendo battute sulle onde, la velocità, ecc. Rita prova un paio di volte a chiedere loro se possono rallentare ma è inutile, ci ignorano. Così, saltando paurosamente sul filo dell'acqua arriviamo a Levanto in una decina di minuti.

Ci scaricano al molo. Se avessimo ancora bisogno di loro, sappiamo dove trovarli, dicono. Quando scendo ho la schiena a pezzi a forza di colpi sul gommone. Faccio una smorfia di dolore. Uno dei due mi guarda ghignando e dice che è normale col gommone quando si va forte se non si è abituati. Anche Rita ha qualche problema e gli dice che li aveva pregati di rallentare. Ma la storia si ripete, glissano come se niente fosse e vanno via.

Mi scanso il temporale, i fulmini e tutto il resto e mi becco un mal di schiena che mi porterò dietro per due settimane grazie ai nostri salvatori. A saperlo mi sarei impuntato per rimanere sulla barca con Lorenzo.

Figura/22

Giulio ha le chiavi della sede dell'associazione di marinai di cui fa parte. Lasciamo lì le poche cose che abbiamo dietro. Poi, via in spiaggia, a fare il bagno. Io, però, preferisco restarmene all'ombra, per evitare ustioni, che sono veramente troppo bianco. Oltretutto ho la schiena dolorante. Due ragazze tedesche, vicino a me, scherzano sulle nostre facce. Si deve proprio vedere la stanchezza.

Lorenzo arriva verso le dodici, trainato da un grosso motoscafo. Gli chiediamo com'è andata e ci dice che questi sono professionisti, sapevano come rimorchiare e tutto è filato liscio.
Andrà a Bonassola col motorino per poi venirci a prendere con la macchina.

Ma la giornata non è decisamente a nostro favore e così ci chiama dopo un po' dicendoci che c'è una corsa ciclistica e la strada è bloccata. Dobbiamo prendere il treno.

La stazione di Levanto è silenziosa e poco popolata.
Aspettiamo il treno per oltre un'ora. Poi, quasi alle sedici partiamo.

Figura/23 Figura/24

Quando raggiungiamo la macchina di Giulio, parcheggiata lì solo la sera prima, ci pare siano passate settimane. Ce ne eravamo addirittura scordati. Ci siamo guardati sorpresi quando la mamma di Giulio, al telefono, gli ha chiesto:
– Ma... la tua macchina... non ce l'avevi tu?


PS. Ero convinto che Lorenzo e Giulio fossero esperti di pesca notturna e di mare in burrasca ecc. ecc. Questa convinzione mi aveva tenuto relativamente tranquillo per tutta la notte. Ma mi sbagliavo, non era così. Lorenzo c'era stato una volta sola e Giulio era alla prima esperienza... più o meno come me. Chissà se Rita era al corrente. Io sono stato contento di averlo saputo solo il giorno dopo.

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Riferimenti:
Un week-end settembrino
(doc #67 di sullof | 8 ottobre 2002)

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