Il Tentacolo/0
numero ZERO, 13 gennaio 1989
Ricordo che faceva molto freddo quella notte. Avevamo però deciso che bisognava scrivere qualcosa per smuovere la gente e che la cosa da fare fosse usare il linguaggio della letteratura. Quindi cenammo a mensa e tornammo nella stanza del prof. Falcone.

C'era una Olivetti M240 attrezzato con Lotus Manuscript, un editor di testi in grado di gestire anche la notazione scientifica, con capacità di impaginazione decisamente niente male per i tempi.
Alle ventuno ci mettemmo a scrivere ed alle due avevamo stampato il numero zero de Il Tentacolo, con una Epson a 24 aghi.
Il titolo era venuto fuori pensando a qualcosa di insidioso e capace di penetrare nella mente delle persone.
Nelle due ore successive facemmo un centinaio di fotocopie e via per i corridoi ad attaccare con lo scotch le copie sulle vetrate e ovunque fosse possibile.
L'introduzione, volutamente retorica e dal linguaggio obsoleto, ci fece schedare come "gente di destra" dai primi lettori.
Esistono nella vita dei momenti in cui si deve fare i conti con la propria coscienza.
Non esiste la possibilità di svicolare, occorre rimboccarsi le maniche e ripulire il nostro di dentro. Non dimenticare o ignaro lettore che tutto questo riguarda anche te. Ascolta le voci che da lontano raggiungono il tuo orecchio, non cercare di rimanere indifferente e se in te rimane ancora qualcosa di bello non negarti la possibilità di rinascere. Noi saremo sempre al tuo fianco mai rassegnati all' ignobile destino che ci è stato assegnato.
VIVA L'ITALIA!
Seguivano due raccontini, di taglio molto differente ma comunque critici verso l'ambiente universitario e soprattutto verso la maniera che gli studenti avevano di viverlo.
Infine, il succinto numero zero si concludeva con la nota seguente:
IL TENTACOLO declina ogni responsabilità per quanto riguarda qualunque cosa che non siano articoli in esso pubblicati.
IL TENTACOLO non vuole collaboratori: siamo già in troppi. Chi si sente interessato pensi piuttosto a laurearsi in fretta perchè pare che la società abbia bisogno di lui.
Malgrado i testi di quel numero zero fossero abbastanza ingenui e nonostante la sdrammatizzante nota finale, in molti ci presero sul serio. Così, per molti mesi, continuammo a firmarci con improbabili pseudonimi, come gli iniziali Salvo Rocchetti (Mimmo) e Duilio Arcante (io), nel timore che il Dipartimento di Fisica ci impedisse di usare computer, stampante e fotocopiatrice.